Se dici “boxe” a un professore, probabilmente strabuzza gli occhi pensando a nasi rotti e violenza gratuita. Se lo dici a noi, che stiamo contando i giorni che ci separano dalla maturità, l’immagine che ci viene in mente è diversa: è quella di qualcuno che, chiuso in un quadrato di corde, deve imparare a incassare i colpi senza andare al tappeto.
In questi mesi di ansia da esame, ho iniziato a frequentare una palestra di pugilato. All’inizio pensavo servisse solo a scaricare lo stress della scuola, ma ho capito presto che la boxe è una filosofia. È, in un certo senso, il manuale di sopravvivenza per noi diciottenni che stiamo per essere lanciati nel mondo vero.
Il ring non mente. Quando sei lì sopra, sei solo tu, il tuo respiro e il tuo avversario. Ma l’avversario più tosto, l’ho imparato sudando sui sacchi, non è quello che hai di fronte: è la tua voglia di mollare quando i polmoni bruciano e le braccia pesano come piombo.
Per dare un buon pugno devi avere i piedi ben piantati a terra. Se ti senti troppo superiore, se abbassi la guardia perché pensi di aver già vinto, è proprio lì che arriva il gancio che ti stende. È un po’ come quando pensi di sapere tutto di un autore e poi, all’interrogazione, la professoressa ti fa la domanda sul dettaglio che avevi saltato.
Ma la lezione più bella della boxe è la resilienza. Cadere fa parte del gioco. Il punto non è non finire mai a terra, ma trovare la forza di rialzarsi prima che l’arbitro arrivi al dieci. Noi ragazzi di quinta siamo un po’ così: tra delusioni amorose, porte chiuse in faccia dalle università e la paura di non essere abbastanza, stiamo imparando a stare in guardia, a schivare i colpi della vita e, quando serve, a colpire a nostra volta con determinazione.
Andrea Paulucci