Basta guardare le storie su Instagram o i post su TikTok: studenti che dormono in tenda davanti alle università di Milano, Roma o Bologna perché una stanza singola costa quanto lo stipendio di un part-time. Per noi che stiamo per diplomarci, la scelta dell’università non dipende più solo dal “cosa voglio studiare”, ma dal “posso permettermi di vivere lì?”. È una forma di selezione basata sul portafoglio, non sul merito. Se non hai le spalle coperte, il tuo diritto allo studio si ferma al confine della tua provincia.
Anche per chi decide di non proseguire gli studi e tuffarsi nel mondo del lavoro, la situazione non è migliore. Ci dicono che l’economia è in ripresa, che il PNRR ha creato posti, ma la realtà che vediamo è fatta di affitti che mangiano il 70% di un salario d’ingresso. Come si può parlare di progettare il futuro o di mettere su famiglia se l’unica opzione realistica a 20 o 25 anni è restare nella propria cameretta?
Siamo stanchi di sentirci dare dei pigri o dei bamboccioni. Non è mancanza di volontà, è matematica. Il divario tra l’inflazione degli ultimi anni e la crescita degli stipendi ci ha tolto la possibilità di sbagliare, di rischiare, di essere indipendenti.
L’esame di Stato dovrebbe essere il nostro rito di passaggio verso l’età adulta. Ma che senso ha diventare adulti sulla carta se la società non ci mette in condizione di esserlo nei fatti? Chiediamo che il tema dell’abitare diventi una priorità nazionale, non solo un’emergenza da gestire con i bonus. Vogliamo il diritto di partire, di spostarci e di fallire, senza che la nostra libertà dipenda esclusivamente dall’estratto conto dei nostri genitori.
CHRISTIAN GERMANI