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Lampedusa, un’altra ferita aperta.  

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Siamo abituati a leggere i titoli dei giornali con una certa velocità, quasi per abitudine, tra un’interrogazione e una verifica. Ma ci sono notizie che ti costringono a fermarti, che rompono il ritmo della routine e ti fanno sentire un peso sullo stomaco difficile da ignorare. La notizia dei 19 migranti morti al largo di Lampedusa è una di queste. Non è solo un dato statistico, è la testimonianza di una tragedia che continua a ripetersi sotto i nostri occhi.

In classe, durante le ore di Educazione Civica o di Storia, studiamo i concetti di diritti umani, di Costituzione e di solidarietà. Impariamo che la dignità della persona è un valore inviolabile. Eppure, quando la cronaca ci porta queste immagini di barche che affondano, di vite spezzate a pochi chilometri dalle nostre coste quel divario tra ciò che studiamo sui libri e la realtà diventa insopportabile.

Perché persone così giovani, spesso poco più grandi di noi, decidono di intraprendere viaggi che sanno essere letali? La risposta, che spesso cerchiamo a volte è più semplice e brutale: chi parte non cerca solo un futuro migliore, cerca la sopravvivenza.

Possiamo scegliere di ricordare che dietro ogni nome o dietro ogni numero di cui leggiamo, c’era una storia, dei sogni, e una famiglia che aspettava notizie.

Arrivati alla fine di questo percorso scolastico, ci sentiamo spesso spinti verso il futuro: università, lavoro, ambizioni personali. Ma episodi come questo ci ricordano che il mondo in cui andremo a vivere è un mondo che dobbiamo contribuire a cambiare.

Non pretendo di avere le soluzioni, ma credo fermamente che la nostra generazione abbia il dovere di mantenere viva l’empatia.

Oggi Lampedusa non è solo un punto sulla mappa geografica, è lo specchio in cui la nostra società deve guardarsi. E, guardando bene, quello che vediamo non può lasciarci indifferenti.

 

CHRISTIAN GERMANI